Attenzione!Il tuo browser non rispetta gli standard richiesti da www.sodaliziolazio.com.

È neccessario aggiornare il browser.

<< Indietro - Home - Vecchi spalti - 11 Dicembre 2012 alle 11:33

Siamo tornati a Tor di Quinto

 

Una fredda mattina di inizio dicembre siamo tornati al vecchio campo di allenamento di Tor di Quinto. L’occasione è stata la commemorazione del 36° anniversario della scomparsa dell’allenatore del primo scudetto biancoceleste Tommaso Maestrelli.Rientrare in quel centro sportivo, ci ha colpiti un po’ tutti, perché i ricordi sono subito volati a quando, poco più che adolescenti, ci andavamo per assistere agli allenamenti della nostra Lazio. In quegli anni, parliamo dei primi anni ottanta, arrivarci non era certo semplice come lo è oggi. Quando partivi da casa, almeno per tutti quelli che abitavano dall’altra parte della città, sembrava che dovessi andare in un altro paese, tanto erano lunghe e complicate le percorrenze in autobus per arrivarci.Uscivi di casa, appena tornato da scuola, posavi i libri e senza pranzare andavi alla fermata dell’autobus. Era solo l’inizio perché poi dovevi prendere due o tre bus, per arrivare al campo di allenamento. L’ultimo autobus da prendere era il mitico 391, linea che ti portava a pochi passi dal campo dove si allenava la Lazio, percorrendo vie sconosciute. Per noi, ragazzini degli anni ottanta, tutto quello che c’era dopo lo stadio Olimpico, era un mondo misterioso e sconosciuto.Già su questo autobus tutto scassato, con il tubo di scappamento che sbuffava come una ciminiera, come lo sono sempre stati quelli che percorrono le linee periferiche cittadine, incontravi qualche altro tifoso, con cui parlare della partita giocata o di quella della domenica successiva.C’era solo un autobus che ci andava e che passava ogni quaranta minuti, eppure il campo di allenamento di Tor di Quinto esisteva dal 1958, anno in cui la nostra Lazio aveva vinto la sua prima Coppa Italia. Noi ne avevamo conosciuto l’esistenza solo  attraverso i racconti dei nostri padri, che c’erano stati per applaudire altri giocatori, di cui noi avevamo solo sentito parlare.Sul finire degli anni cinquanta così la Lazio dovette abbandonare lo storico campo della Rondinella, perché in previsione delle Olimpiadi di Roma del 1960, quell’area mitica e storica fu adibita a parcheggio. Un altro scempio degno dell’ignobile sacco di Roma, compiuto tanti anni prima dai Lanzichenecchi teutonici.Ma si sa, le istituzioni cittadine non ci hanno mai tutelati, ma questo è un altro triste discorso.Quando finalmente entravi nel vecchio campo di Tor di Quinto, potevi vedere da vicino i tuoi beniamini che la domenica, potevi solo ammirare dagli spalti dello stadio Olimpico. C’era una vecchia rete metallica verde che ti divideva dal campo, dove si allenavano e dove giocavano epiche sfide i calciatori biancocelesti.Tu li guardavi con gli occhi stupiti, felice, perché eri a pochi passi dai tuoi idoli giovanili. Aspettavi con ansia che finisse la seduta di allenamento, perché poi sapevi che i giocatori sarebbero venuti sotto la tribuna dove si assiepavano i tifosi, per salutarti, per scambiare due battute e , se eri fortunato,per farti un autografo.In quegli anni, l’abbonamento non era fatto come oggi, ma era composto da tanti foglietti numerati, tutti uguali con il numero in successione delle partite che avremmo giocato nel corso del campionato.  All’ingresso allo stadio, il bigliettaio al cancello ti strappava il tagliando della partita in questione. Se però non andavi a qualche partita ( mio padre quando ero piccolo ad esempio non mi faceva andare alle partite con il Napoli ), quel tagliando su cui spesso c’era un portiere proteso in tuffo ti restava, così ti portavi quello che non era stato usato per entrare allo stadio e ti facevi apporre l’autografo dal tuo campione preferito.Conservo ancora quelli con le firme di Felice Pulici, Giuseppe Wilson, Bruno Giordano, Vincenzo D’Amico e Gigi Martini solo per citarne qualcuno.Nel 1977 l’impianto di Tor di Quinto fu ribattezzato centro sportivo Tommaso Maestrelli, in ricordo del nostro grande allenatore. Forse fu proprio per questo che noi tifosi iniziammo subito a chiamarlo con questo nome, perché scelta non ci era sembrata mai più giusta.Quanti di voi ad esempio chiamano lo stadio meneghino di San Siro, stadio Meazza ? pochi, pochissimi,  perché le vecchie definizioni restano nel cuore, se non sono sostituite da altre più adatte e “sentite” da una comunità.Noi continuammo ad andarci anno dopo anno, anche se crescendo le nostre visite si diradarono, perché entrando nel mondo del lavoro, il tempo libero si restringe. Allora andavi solo nelle occasioni più importanti, dopo una vittoria, per una contestazione o per salutare un giocatore in arrivo.Nel 1995 la Lazio di Cragnotti si trasferì a Formello e il Maestrelli divenne una caserma.Quando ci siamo rientrati, abbiamo rivisto dopo tanti anni le vecchie porte, delle vecchie amiche silenti di tanti pomeriggi passati insieme agli amici di una vita, le panchine dove vedevamo sedersi i nostri vecchi cari calciatori, con indosso la maglia con su scritto Lazio Calcio e quel manto erboso che è stato calpestato dalla storia vera della SS Lazio.Probabilmente tutto sarà dismesso e al suo posto verranno costruiti altri edifici. Un altro colpo mortale per la nostra storia centenaria, un patrimonio affettivo per tante generazioni di Laziali che andrà inesorabilmente perduto.Rimarrà il busto marmoreo di Tommaso Maestrelli a ricordare alle nuove generazioni di tifosi Laziali, che in quel vecchio campo di allenamento, tante storie di calcio, di tifo, di amicizia, di passione e di vita si sono intrecciate per l’eternità.

Giorgio Acerbis