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<< Indietro - Home - Moviola - 29 Dicembre 2012 alle 09:34

L'ultima incompiuta di Vincenzo D'Amico

Avere in squadra uno come Vincenzino D’Amico, è un po’ come avere appesa alla parete di casa una tela di Burri. Un colpo di genio, un’opera d’arte, da guardare, ammirare e cercare di capire fino in fondo. Un artista a portata di mano, o di piede. D’Amico, uno dei grandi incompresi del calcio italiano, che una volta disse: “A giocare a pallone siamo rimasti in due al mondo: io e quel negretto”, riferendosi a Pelè. Roba a livello di George Best.

E poi, dopo tante maglie biancazzurre (e pochissime azzurre, anzi nessuna, che Bearzot non aveva capito bene quale fosse la sua posizione in campo), decise che, a trent’anni suonati, era ora di cambiare colori e dare una ravvivata al guardaroba. E allora via, con una bella maglia a strisce rosso e verdi. Che gli donava molto, in effetti.

Vincenzino arrivò a Terni, preceduto da squilli di tromba, nel 1986, con il vulcanico Migliucci, presidente, e l’enigmatico Mario Facco, allenatore. A Facco e a D’Amico si aggiungeva Fortunato Torrisi, a comporre una squadra a forte tasso di lazialità. Ma non finiva lì. Perché, in quello stesso anno, faceva l’esordio con la maglia della Ternana un talentuoso giovanotto, Paolo Di Canio. Come a dire: il passato ed il futuro della Lazio s’incrociavano al Liberati. E non solo per via dei giocatori e dell’allenatore. Allo stadio di Terni, quell’anno, per la prima ed unica volta nella storia, si mescolarono le bandiere biancazzurre con quelle rossoverdi. Non in curva Est, che sarebbe stato troppo, ma ai distinti, capitò, qualche volta, di vedere un gruppetto di tifosi laziali con striscioni e bandiere venuti a sostenere D’Amico, anche se aveva la maglia rossoverde addosso.

Una maglia che onorò, Vincenzino, pure in C2, con il record personale di gol in una sola stagione, tredici, nell’86/87, mentre in quella successiva, ben più sfortunata, ne mise a segno sette.

Non era più un fulmine di guerra, la massa di riccioli in testa si era già ridotta di molto, ma le sue giocate incantavano ancora pubblico e avversari.

“Vincenzi’, Vincenzi’, tira la bomba, tira la bomba!”, risuonava da una curva all’altra del Liberati ogni volta che l’arbitro decretava una punizione per le Fere. Vincenzo pennellava, oppure esplodeva il tiro, a seconda delle circostanze. Ma qualcosa succedeva sempre. Come quando segnò, sia all’andata che al ritorno nella gare con il Perugia, ma – si sa – a lui l’aria del derby lo esaltava.

Era il capitano, il numero 10, in campo e fuori, come quando ordinava al pullman della squadra di fermarsi davanti ad una pasticceria per comprare le paste, prima di ogni partita in casa, come gesto scaramantico, e non solo. Forse anche perché gradiva la pasticceria ternana.

Era, insomma, il leader di una squadra costruita per vincere, con giocatori d’esperienza come lo stesso Torrisi (famoso soprattutto per il gol del 3 a 2 in una storica vittoria del Toro nel derby con la Juve), Vito Graziani, Coppola e molti giovani promettenti. Una squadra che però, nonostante tutto questo lusso, incredibilmente, non vinse, fermandosi all’ultimo ostacolo, a Pesaro, contro la Vis di Nippo Nappi che ci fece tre pappine e un bel marameo con la mano sul suo nasone.

E così, niente promozione, e anche l’ultima delle opere del genio di Vincenzo D’Amico restò un’incompiuta. E tutti lì a domandarsi se poteva fare di più. Come sempre.

Gian Luca Diamanti