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<< Indietro - Home - Fuorigioco - 31 Maggio 2013 alle 07:28

Tim Parks: uno scrittore da leggere

Nato a Manchester nel 1954, Tim Parks è cresciuto a Londra e ha studiato a Cambridge e ad Harvard. Nel 1981 si è trasferito in Italia dove tuttora vive con sua moglie e i suoi tre figli. Ha scritto quattordici romanzi tra i quali “Lingue di fuoco”, “Europa” (candidato al Booker Prize), “Destino” e “Il silenzio di Cleaver”.

Negli anni novanta scrive “Italiani” e “Un’educazione italiana”, due saggi dal sapore squisitamente personale, apprezzabili soprattutto per la loro fine ironia antropologica. A questi si aggiunge “Questa pazza fed”e, che racconta l’esilarante microcosmo di una tifoseria provinciale e, più in generale, la società italiana vista attraverso il mondo del calcio.

Ora la recensione di “Questa pazza fede” :

Si può insultare un poliziotto mentre tieni buona la mamma al telefonino? Si che si può! Si può cantare «bruciare il meridione» quando hai la morosa napoletana? Come no! Si può gioire di più, patire di più per una partita di calcio che non per un matrimonio o una sciagura? Niente di più facile!
Stufo di vergognarsi del suo tifo sfrenato sugli spalti del Bentegodi, Verona, Tim Parks, anglo-veronese di lunga data, si butta nella mischia e segue l'Hellas Verona andata e ritorno, in casa e in trasferta, nel bene e nel male, per tutte le gioie e le angosce di una lunghissima stagione. In un anno in cui in Italia accade di tutto. E in cui, come al solito, i tifosi del Verona sono accusati di razzismi e di volgarità di ogni genere.

Da Udine a Reggio Calabria, da Bari a Torino, da San Siro all'Olimpico, eccoci in viaggio con le famigerate Brigate Gialloblù. Sorpresa: perché mai, viste da vicino, appaiono così simpatiche, e armate solo d'ironia?

Abbinando un ritmo narrativo incalzante ad aneddoti spassosi, questo libro vuole offrire una riflessione sul vasto spazio mentale che in Italia, ma anche altrove, è stato invaso dal Dio calcio. Un Dio che pretende una fede, naturalmente. La sola fede che può unificare davvero l'Italia: nazione imperfetta, amalgama incompleto di staterelli nemici, con i cori e le canzoni dei tifosi che fanno rivivere ostilità antiche.

Viva allora questa pazza fede del calcio, dove la bellezza del gioco incanta le folle contrapposte e il tutto finisce, senza poi troppi danni, già la domenica sera. Così il lunedì si riesce (quasi sempre) a parlare con il resto degli italiani: quelli che tifano per un'altra squadra.

In questo libro si incontra una folla di figure indimenticabili, personaggi che diventano compagni di viaggio. C'è il tifoso che dimentica di tradire la moglie grazie a un arbitraggio scandaloso. C'è il fobico che non manca mai, neanche alle trasferte più estenuanti. Ci sono le ragazze che non ce la fanno a star lontane da questo carnevale, così esclusivamente maschile. Nel frattempo però, i giocatori sono cupi, tesi, concentrati. Sull'aereo si tuffano nella Settimana Enigmistica. Ma è mai possibile che uno diventi un grande difensore soprattutto perché suo fratello si faceva sempre male? Chiedilo a Gigi Apolloni.

È possibile che un giocatore internazionale non abbia mai seguito una partita dalla curva? A voi il grande danese Martin Laursen. Tutte le ragazze vogliono essere fotografate con lui.

La retrocessione incombe. Ma la domenica mattina i dirigenti si rifiutano assolutamente di parlare della partita: per scaramanzia. Sediamoci accanto a loro, circondati come sono da tifosi nemici esultanti. Ma come si fa? Come ci si sente quando tutta la curva ti urla vaffa….? Perché non molli? E perché l'Hellas perde sempre, ma sempre, in trasferta?

E perché il resto dell'Italia s'immagina che Verona sia un covo di beceri razzisti? Tranne quelli che tifano Chievo, ovviamente. Ma che incubo questi cuginastri che vincono sempre!

E cosa c'entrano i poeti Leopardi e Mallarmé, e il filosofo Schopenhauer?

Ecco ora un assaggio tratto dal libro ormai introvabile:

“Sale l'ondata lenta e fragorosa di diecimila voci che intonano: Heeeeellas! Heeeeellas! Heeeeellas! Perché il nome ufficiale della squadra è HELLAS, HELLAS VERONA. Ai piedi della curva, drappeggiato sul parapetto dove le gradinate guardano giù verso la porta, hanno steso uno striscione enorme, bellissimo, con la scritta HELLAS 19/=\03, cioè la data di fondazione del club intrecciata alla scala simbolo della famiglia degli Scaligeri, gli antichi signori di Verona.

Hellas: la patria. Tifo, una malattia. Il tifoso è un malato, soffre di tifo per la propria squadra. Oppure è un fan, dal latino fanaticus, adoratore di un tempio. Qualcuno ha scritto CIAO CAMPO! con la vernice spray sul cemento del tunnel che introduce dentro lo stadio; e di fianco, in inglese, perché tutto diventa più solenne quando è proferito in una lingua straniera, I LOVE YOU. Come se più della squadra o del gioco fosse il luogo che conta, questo tempio, lo stadio Bentegodi...

È un luogo di ossessioni collettive, di esaltazione. Perfino uno spigoloso misantropo come me avverte l'innalzarsi del delirio collettivo. Anch'io salmodio Heeeeellas, Heeeeellas, Heeeeellas sventolando la mia bandierina di plastica...

Si solleva un cantico: "Hellas Verona, segna per noi!" Dilaga in tutta la curva. "Hellas Verona, vinci per noi!" E' una liturgia. "Hellas Verona, facci sognar!"...

Fra loro i tifosi si chiamano sempre butei. I butei gialloblù. Quando un tifoso chiama gli altri, grida: "Butei!" Quando qualcuno interviene nel dibattito sul muro, scrive: "Butei!" E' una parola affettuosa e ironica. E fra loro si parlano sempre nel più stretto dialetto locale, escludendo così chiunque non sia nato in un raggio di cinquanta chilometri dalla città...

Meno cinque minuti; meno quattro. Poi, mentre i difensori della Reggina salgono dalla linea arretrata per fare scattare la trappola del fuorigioco, succede qualcosa. Giuseppe Colucci intercetta il pallone, alza la testa, vede l'errore. Con il piede a cucchiaio, invia il più perfetto dei pallonetti sopra la testa dei giocatori avanzanti della Reggina, in direzione di Cossato, che non è in fuori gioco per un niente. Cossato vede Taibi che sta già uscendo a valanga verso di lui. Con inattesa flemma, Super-Mike non aspetta nemmeno che la palla rimbalzi. La corregge alta sopra le mani del portiere in uscita, evita il portiere stesso aggirandolo ed elude il ritorno di due difensori per segnare di testa forse il gol più sublime e classico della sua carriera. Due a uno. Verona in A grazie al gol in trasferta.
Mortalissimo silenzio! Ha qualcosa di irreale dopo il boato permanente degli ultimi quaranta minuti. Cossato non esulta. Non può crederci. Si volta verso l'arbitro per controllare che il gol sia stato convalidato. È così. È sbalordito. Poi, piccine, insignificanti, tinnule, sento le urla lontane delle Brigate. Sul campo, un dispettoso Gilardino si porta un dito alle labbra per zittire la Curva della Reggina. I tifosi ululano di dolore. Segue un'enorme eruzione di collera. Gente che si butta contro le inferiate. Pastorello si alza di scatto dirigendosi verso gli spogliatoi, seguito dai collaboratori e dalle guardie del corpo. Lo strepito aumenta. È un suono agonico. Da rantolo di morte...

Come sempre quando si trova in vantaggio, il Verona perde la testa. La Reggina crea più occasioni in duo o tre minuti che nei precedenti novanta. Ferron compie due parate da fuoriclasse, una su un tiro proprio da due passi. Giuro per Dio, qui e adesso, che oggi Fabrizio Ferron è uno dei più grandi portieri di tutti i tempi. Giuro per Dio che non dirò mai più cose poco gentili al suo riguardo. Per cinque terribili minuti è sembrato che tra il Verona e la serie B ci fosse solo Fabrizio Ferron. Poi, finalmente, Braschi fischia la fine...

A Villafranca, l'aeroporto di Verona, due funzionari tentano di scortarci frettolosamente su un pullman. Sono le tre del mattino. Ma i giocatori non vogliono sentire ragioni. Attraversano la pista di rullaggio per abbracciare quelli che li hanno amati e odiati tutto l'anno. La polizia si sforza di trattenere una folla enorme. Non ci riescono. I tifosi sfondano i cordoni. Oltrepassano la dogana e le barriere del controllo passaporti. È un enorme mischione rituale. È la comunità. Stanno cantando: "Hellas, la mia unica fede!" Si issano sulle spalle Cossato che ha perso la camicia, ha perso i pantaloni. Persino Pastorello viene portato in trionfo. Mi sembra incredibile, dopo tutti quegli striscioni ostili, che i tifosi possano accordare al Presidente un'indulgenza così plenaria. E viceversa. Cantano: "Pastorello, portaci in Europa!".

Alla fine i giocatori, ormai a torso nudo, si mettono in fila per i fotografi e la televisione. Sono lì in piedi, tutti quanti a braccetto,sedici o diciassette uomini, stupiti di essere amici, esterrefatti di trovarsi eroi. Cossato, che tanto ha dovuto lottare per avere un posto in squadra, ora è al centro del gruppo, il salvatore della patria. Con uno smisurato senso di liberazione, tutti scandiscono: "Reggina, Reggina, vaffa……”

A cura di Gianluca Dileo