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<< Indietro - Home - Calcio che passione - 27 Agosto 2014 alle 08:07

C'era una volta Southbury Road

Stazione ferroviaria di Liverpool Street, il cuore finanziario di Londra. Il solito pullulare di viaggiatori. La solita calma e compostezza inglese. Un treno per Bush Hill Park, un’oretta circa verso il nord della capitale. Verso il quartiere più a nord della capitale. Verso quell’espansione urbana che il primo aprile 1965 fuse i distretti di Southgate, Edmonton, e Enfield in un unico “Borough” a cui l’ultimo quartiere fece da nome di riferimento collettivo.

Enfield, un sobborgo residenziale, con tanto verde, una celebre industria bellica, e dove, nel 1967, la Barclays Bank installò il primo bancomat del mondo. Il primo utilizzatore? Un attore dell’epoca, un certo Reg Varney, noto soprattutto per il ruolo interpretato in una sit-com televisiva dei primi anni settanta intitolata “On the Buses”.

Si passeggia in St. Marks Road, Lincoln Road, sì da un occhiata al Percival Club, dove generazioni di amanti del biliardo della zona vi hanno fatto le ore piccole, e poi a questo punto della camminata, servirebbe la frase tipica d’avvio delle fiabe, ovvero “c’era una volta”.

C’era una volta Southbury Road. Non la strada, quella c’è ancora. A non esserci più è il vecchio stadio dell’Enfield Football Club.

In termini puramente estetici, Southbury Road non era bellissimo. La vernice blu e bianca copriva ovunque piccole e grandi imperfezioni, dai picchetti di recinzione alle basi dei pali delle due porte del terreno di gioco. I gradoni per il pubblico poi erano larghi e poco profondi, il che significava che solo le persone di una certa altezza fisica riuscivano ad ottenere una vista d’insieme decente in occasione delle partite importanti, quando la folla era concretamente numerosa, tanto che, nel 1980 si decise di realizzare una nuova stand di fronte a quella principale. Lo stadio era stato edificato nel 1936 quando questo club fondato nel 1893 da John Bruce Skinner con il marziale suffisso di “spartans” incominciò a ottenere ottimi risultati.

Southbury Road oggi è solo un graffio nella memoria. Ha chiuso i battenti nel 1999 e probabilmente molti giovani non sanno nemmeno che una volta lì c’era uno stadio. Un impianto che resterà comunque per sempre la vera casa spirituale del calcio a Enfield. E a dirla tutta, ormai è solo un ricordo anche la gloriosa vecchia società fallita nel 2007, oggi divisa in due rami diversi, divergenti, e che si guardano in cagnesco, ognuno rivendicando i diritti di discendenza come bramosi ereditieri senza scrupoli.

Un club quello originario, che di coppe e campionati, seppur amatoriali, in bacheca ne aveva a sufficienza, affinché i posteri guardassero con doveroso rispetto all’emblema di questa squadra, che nel 1971 si era presa anche la briga di vincere il prestigioso torneo europeo riservato alle formazioni vincitrici nel loro paese del trofeo dilettantesco più importante.

The E's.. Una bestia mitologica rampante, affiancata sul lato sinistro dalla corona sassone, e dalle tre spade della contea del Middlesex. Questo il simbolo impresso sulle belle maglie bianche listate di blu.

C’è una pagina di storia dell’Enfield che ancora aleggia epica, che ci riporta al gennaio del 1981. A respirarla si avverte tutt’oggi l’odore di Watney rancida e il fumo di Benson and Hedges. Forse a concentrarci bene si avverte anche l’eco sordo di quei cinque colpi di pistola, che un mese prima al di là dell’Atlantico, avevano posto fine alla vita di John Lennon.

Quella pagina, che parla del sorriso di Eddie McCluskey e dei suoi ragazzi che arrivarono fino al quarto turno della Coppa d’Inghilterra.

McCluskey, è stato senza ombra di dubbio il manager di maggior successo della parabola Enfield. Sedici anni sulla panchina degli E’s con due vittorie in Conference e due vittorie nell’FA Trophy. In un decennio in cui fra l’altro si riaccese la grande rivalità con il Barnet, che tante stagioni addietro, avevano visto l’imballarsi di gente a Underhill e Southbury Road, negli infuocati derby giocati per Santo Stefano o per Capodanno. Quello del 1980/81 fu l’ultimo campionato trascorso nella Isthmian League, prima di aderire alla nuova “Conference” denominata “Alliance”.

Quella formazione si snocciola bene come tutte quelle in cui i titolari erano undici e i numeri identificavano ruolo e posizione in campo:

Welsh, Barrett, Tone, Jennings, White, Howell, Ashford, Bishop, Burton, Oliver, King.

Un Enfield capace di eliminare Wimbledon, Hereford e Port Vale. Tutte vittorie in casa, tutte vittorie, ottenute con in sottofondo, il continuo battito dei piedi sulle assi di legno delle modeste tribune. Finché il sorteggio non disse Oakwell, e quindi la necessità di salire su a Barnsley, e magicamente impattare con Peter Burton, il vantaggio iniziale dei padroni di casa siglato da Trevor Aylott.

Uno a uno, che, come da regolamento imponeva il replay. Si scelse una sede diversa, più sicura, più comoda e capiente. Si preferì White Hart Lane, lo stadio del Tottenham, pochi chilometri sotto Enfield, e così Il 28 gennaio 1981, un mercoledì pomeriggio, una folla di oltre 35000 persone assistette alla partita. Il dato interessante, e sicuramente curioso, è che neanche gli Spurs in quella stagione riuscirono ad avere un maggior afflusso di tifosi per un loro incontro, e stiamo parlando di anni d’oro per la squadra allenata in quel momento da Keith Burkinshaw, capitanata da Steve Perryman, ispirata da Glen Hoddle, che guarda caso in maggio vincerà la competizione nella finale contro il Manchester City.

A parte questi fatti, la ripetizione parlò chiaramente di un Barnsley superiore che s’impose in tutta tranquillità per 3-0. I sogni però potevano non finire lì, perché poco più tardi nel 1986 l’Enfield conquistò il suo secondo e ultimo titolo di Conference, ma ironia della sorte, lo fece nell’ultimo anno in cui vigeva ancora il vetusto sistema di rielezione, dove i membri della Football League decidevano le sorti degli ultimi fra i professionisti e dei primi fra i dilettanti.. E come era accaduto tre anni prima, gli aderenti alla Lega votarono a maggioranza contro il povero Enfield, forse preoccupati dell’ascesa di questa piccola grande squadra del nord di Londra.

Il canto del cigno. Fallimento e scisma. Le stagioni della fecondità se ne sono andate per sempre. E ora, nelle pigre serate d'agosto quando ci si sveglia dal torpore dell’estate per le prime partite della nuova stagione, gli avversari si chiamano Eton Manor o Cray Wanderers.., ma che voi siate a Goldsdown Road o al Queen Elizabeth.. “Is the same..” perché il vero Enfield non esiste più..

Simone Galeotti