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<< Indietro - Home - Moviola - 31 Agosto 2014 alle 09:39

Cara vecchia schedina

E’ il lontano 1946, la guerra era finita da poco tempo quando nasceva la schedina Sisal, il gioco che diede a tutti gli italiani la possibilità di un futuro migliore.

Allora non c’erano i gratta e vinci e tutti i giochi che ci propinano ai nostri giorni a ritmo sempre più incessante, come se la vittoria in uno di questi concorsi sia la sola speranza riservata ai cittadini italiani, in questi anni di crisi sociale, economica e politica.

Quanti di noi hanno passato le loro domeniche, soprattutto a cavallo tra gli anni settanta ed ottanta, ascoltando alla radio le partite dalla voce dei radiocronisti dell’epoca con l’immancabile: “Grazie Ameri, a te Ciotti”, specialmente quando la nostra SS Lazio era impegnata in qualche trasferta, con la nostra schedina sottomano a segnare i risultati con la matita. Ma anche sugli spalti stadio Olimpico era facile incontrare chi guardava la partita con la radiolina all’orecchio e la schedina in mano, in attesa di una rete di Giorgio Chinaglia o di Vincenzo D’Amico e di un concatenarsi di risultati.  

Il tredici era il sogno di tutti gli italiani, che ne parlavano al lavoro, al bar, dal barbiere a scuola. Tutti facevano pronostici e si inventavano improbabili sistemi, a loro dire di sicuro vincenti.

Ora che la vecchia cara schedina ha passato i sessantacinque anni di vita, il suo montepremi è diminuito di quasi dieci volte dalle sue stagioni migliori, come quei favolosi 34 miliardi di lire di una domenica nel 1993.

Nel 1946 però la prima schedina che fu distribuita prevedeva soli dodici pronostici, una sola colonna, trenta lire per la giocata, si chiamava Sisal. Quelli erano gli anni del grande Torino, quello imbattibile di Valentino Mazzola e nella SS Lazio giocavano Uber Gradella, Alzani, Puccinelli, l’argentino Gualtieri e l’austriaco Koenig, che nella stagione 45-46 metterà a segno 11 reti. Una squadra gagliarda che si faceva rispettare.

L’inventore della schedina è stato un triestino che fa il giornalista sportivo, si chiamava Massimo Della Pergola.

E’ unacalda domenica di maggio del 1946quando nei bar italiani compaiono come per incanto 5 milioni di schedine. La partenza è in salita, all’inizio sono in pochi a giocarla, ma lentamente partita dopo partita il concorso decolla. E’ una grande vittoria per Della Pergola che tempo dopo dichiarò: “Nessuno ci credeva alla mia Sisal. Quando andavo al Coni dicendo che con quei soldi si sarebbero ricostruite le piste di atletica, le palestre, gli stadi, mi sfottevano: è arrivato quello dei regali milionari, ecco a voi babbo Natale. Ma io ero deciso, ero un idealista”.Cose italiane verrebbe da dire.

In due stagioni, a dispetto delle previsioni dei “soliti” esperti e burocrati del settore, la Sisal triplica gli incassi e conquista gli italiani. A questo punto se ne interessa lo Stato. Il presidente Luigi Einaudi decide di nazionalizzarla con un decreto, siamo nel 1948. Il ministero la ribattezza Totocalcio, e porta i pronostici a 13. Della Pergola ovviamente protesta, fa causa. Ma non ottiene niente neanche le scuse. Tipico di una certa Italia !

Anche il montepremi che adesso viene gestito dal Coni, cambia le sua percentuali: Il Conine incassa un terzo, un altro va all’erario e solo ultima fetta viene destinata ai vincitori. Ma è comunque tanto, tantissimo. Chi vince riesce a cambiare vita e diventare addirittura un mito per gli altri a cui non rimane che invidiarlo.

Come nel caso del minatore sardo Giovanni Mannu, con ben 77 milioni di vincita, che alza le  braccia al cielo come Gigi Riva dopo una rete quando viene intervistato dai telegiornali dell’epoca.

Nei primissimi anni c’era ancora qualcuno che, in buona fede, scriveva sul retro della schedina cognome, nome e indirizzo. Ma con il passare del tempo gli italiani si fanno furbi e magicamente si dimenticheranno di scrivere i loro dati nel retro della schedina, parte così la caccia al vincitore misterioso. Ne parlano tutti, con i telegiornali ancora in prima fila. Servizi, servizi ed ancora servizi alla caccia del vincitore misterioso, alla stregua di un supereroe americano.

La schedina diventa così il simbolo di un epoca, di un miracolo ancora possibile, ci accompagna negli anni sereni e in quelli difficili. Sarà nostra buona compagna fino agli anni novanta, quelli che vedranno la sua fine e la fine del calcio romantico e passionale che abbiamo amato.

Oggi ci restano i giochi di plastica, il calcio di plastica e gli imprenditori squali.

Che nostalgia della vecchia schedina e del pallone di cuoio con i rombi neri che rotolando ti faceva sognare.

Giorgio Acerbis