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<< Indietro - Home - Moviola - 30 Dicembre 2014 alle 09:02

Abbiamo vinto la lega per Doyle

Dopo l’urlo di gioia e lo scroscio di applausi, si alzò un coro.

Consapevolmente atteso, gemente, che partì dalla “Jungle” spezzando il giro d’onore:

“Abbiamo vinto la lega per Doyle, oh sì, abbiamo vinto la lega per Doyle..”

Certi attimi hanno la capacità arcana di fermare il tempo. Possiedono il dono di immortalare il momento chiudendolo in una bolla dai riflessi argentei che sale verso l’alto sospinta dalle voci e dal cuore. Qualcuno pianse, altri cercarono nelle mente un ricordo, un palpito.

Il calendario dichiarava d'essere il 15 maggio 1982, l’almanacco cattolico recitava Sant’Isidoro agricoltore, quello più profano della Scottish Premier League enunciava invece Celtic- St Mirren. La squadra di McNeill vincerà 3-0 e si aggiudicherà il terzo titolo in quattro anni.

Parole e musica di Tom McAdam e George McCluskey.

Erano passati otto mesi dal tragico incidente domestico del 19 ottobre 1981 che era costato la vita a Johnny Doyle. Una scarica elettrica fatale mentre stava armeggiando con un apparecchio.

Oggi riposa nel cimitero di Grassyards a Kilmarnock. Nomi, epitaffi, memoria, marmo e granito. Profumi di fiori, di erba bagnata e un arcobaleno che s’inarca su un cielo velato.

Johnny Doyle era di Bellshill, Lanarkshire. Vi nacque l’11 maggio del 1951 da una famiglia di minatori. Il padre William, subì un brutto infortunio sul lavoro quando lui era un bambino di otto anni. Un incidente che alla fine lo condusse a una morte prematura. La sorella di Johnny, Anne Marie, ricorda che il padre dopo l’incidente fu costretto a deambulare su una sedia a rotelle trascorrendo pomeriggi interi a guardare suo figlio calciare un pallone, e un giorno gli disse:

“Devo tenerti ferma quella gamba destra. Se non impari a calciare con entrambi i piedi non potrai mai giocare nel Celtic!”

Johnny apprende e migliora. Aveva la faccia beffarda da poeta maledetto, capelli ricci disordinati come il mondo, ribelli e orgogliosi. Un evidente fierezza di appartenere a quel club che si portava sempre addosso sotto forma di sciarpa. La teneva con se ovunque in casa e in trasferta. A Parkhead, ma anche ad Ibrox.

Scivolò dapprima all' Ayr United per quattro sterline a settimana, e si conquistò la ribalta nella pioggia e nel fango del Somerset Park, tanto da diventare l’ultimo giocatore a indossare la maglia della nazionale per gli “Honest Men”, regalata poi al suo manager “Maometto” Ally McLeod.

Nel 1976 l’esperienza nella patria di Robert Burns ebbe termine perché il Celtic lo pretese e se lo portò a casa. Si parlò di una somma vicina alle 90000 sterline. Johnny ne fu entusiasto, non riusciva a crederci, stentava a dormire la notte. Placava l’emozione ascoltando la musica di Francis Rossi e Alan Lancaster, i cosiddetti “Status Quo” che proprio quell’anno rischiarono grosso a Vienna dove furono bloccati per possesso di qualche sostanza stupefacente di troppo.

Erano gli anni settanta dai, che ci vuoi fare.

Doyle non partirà in maniera eccezionale. D’altro canto a dirla tutta non si trattava di un fenomeno allo stato puro, tuttavia quel carattere, quella determinazione, lo avevano eletto da subito come un beniamino della tifoseria.

E fuori dal campo si mischiava alla gente comune. La sua umiltà e semplicità lo portarono tante volte a dare un passaggio post gara a persone che abitavano nella sua zona ospitandole con genuina cortesia.

E serbava tutte le sciarpe, i cappelli e gli altri doni offerti dai sostenitori conservandoli in una stanza speciale della sua casa insieme alle medaglie e ai trofei conquistati sul campo.

La sua posizione in squadra divenne in pericolo quando il nuovo allenatore Billy McNeill prese l'ala Davie Provan nel 1978 e i tabloid profetizzarono la fine di Doyle a Celtic Park.

E invece Johnny cominciò a macinare sogni e bel gioco. La “Giungla” cantava il suo nome e lui ironicamente faceva finta di non sentire, incitandola a cantare più forte.

Tommy Burns ricordava un aspetto scanzonato:

Quando tornava verso il centrocampo dopo aver segnato una rete mimava il gesto di fumare un sigaro e scuoterne la cenere”.

L’estasi si racchiuse in un volo serale quando s’inerpicò lassù in alto a cercare di ghermire quel traversone di Alan Sneddon che appariva troppo lungo e troppo elevato per chiunque. Doyle ci arrivò, lo prese di testa e la nuova traiettoria della sfera oltrepassò la chioma scura di Miguel Angel. Il Celtic sconfisse il Real Madrid nei quarti di finale della Coppa dei campioni 1980 per 2-0. Purtroppo le due reti, la prima delle quali realizzata da McCluskey non servirono perché “El miedo escenico” del Bernabueu, risultò come spesso accadeva determinante e “conturbante”, e la Casablanca si impose 3-0.

Un giocatore disposto a dare tutto Doyle. Impavido, senza paura. Negli spogliatoi si divertiva a imitare gli accenti, rubava le chiavi dell’auto dei compagni andando poi a bloccarle in “simpatici” ingorghi. Tutti sapevano inoltre che Johnny teneva un goliardico libro nero dove riportava i nomi degli avversari che lo avevano sottoposto ad un trattamento ruvido, in modo da rendergli pan per focaccia la prossima volta.

Talmente bravo e un pò irriverente che ad ogni Old Firm faceva dannare quelli dei Rangers invitandoli a baciare il crocifisso che portava sul petto. Nemmeno il Papa in maglia Hoops avrebbe scatenato una rabbia simile.

Vittima o colpevole? Un temperamento particolare senza dubbio. E sarà proprio un derby che lo portò sugli altari della cronaca. Quello del 21 maggio 1979 a Celtic Park.

About seven o’clock.

Era l'ultima partita della stagione in casa, contro i Rangers il Celtic aveva bisogno di una vittoria per vincere il campionato. Una sconfitta o anche solamente un pareggio avrebbero consegnato il titolo ai “Gers” e dalle parti di Edminston Drive sarebbero impazziti. Nemmeno dieci giri di lancette e i blu segnano, firmato Alex MacDonald.

Ahi. Quell’anno sembra giri tutto storto, il governo conservatore di Margaret Thatcher era stato eletto solo poche settimane prima, e l'agitazione industriale aveva spaccato il Regno Unito nel corso dell'ultimo periodo manifestandosi in tutti gli aspetti della vita del paese.

All’intervallo i Rangers sono ancora davanti. I ventimila al seguito incominciano a fare festa. Quando Johnny Doyle rientra sul campo gli scende sugli occhi tanta di quella nebbia rossa che in una rissa con MacDonald, l’arbitro Eddie Pringle lo espelle.

Dirà:

Mentre uscivo dal campo mi veniva voglia di vomitare. Stavo soltanto pensando a riprendere la mia borsa e tornarmene a casa, il Celtic aveva perso il campionato per colpa mia.”

A ripensarci l’analisi a caldo di Doyle non faceva una piega. Un uomo in meno e un’impresa disperata da compiere. Restava mezzora, minuto più minuto meno per vincere o morire. Per la luce inebriante della gloria o per la penombra fatta di polvere.

Sia fatta la luce. E luce fu. Aitken e McCluskey ribaltarono la partita, il Celtic incredibilmente si trovò in vantaggio. Ma c’èra ancora veleno nella coda dei Rangers e Bobby Russell riportò in parità l’incontro.

Il silenzio ricadde come una cappa sullo stadio, mentre si riaccese la bolgia nello spicchio riservato ai tifosi ospiti, che improvvisamente però ricacciarono in gola i gridi di rinnovato vigore, quando verranno feriti per sempre nell’onore da un autogol di un loro giocatore.

Si dice che una crepa si aprì sui muri di Ibrox nell'istante esatto dell' autorete di Colin Jackson.

Il Celtic ora, era campione.

Pandemonio ma ancora tanta paura.

“E’ finita.. No, aspetta. Vai Murdo… Yeeeeeessss.”

4-2. "Ten men win the League."

Poi venne quel giorno a Kilmarnock. Quell’autunno così triste, quelle fasi, quel circuito maledetto in soffitta, quella scossa tremenda.

As long as it's got green and white hoops any number between 1 and 11 will do me. I'd even settle for 12 or 13 sometimes. Numbers don't bother me, as long as I'm playing for Celtic.”

Johnny Doyle, 1980

Simone Galeotti