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<< Indietro - Home - Calcio che passione - 26 Febbraio 2015 alle 13:17

La favola dei Pilgrims

Un aneddoto e un giuramento. Si potrebbe incominciare così il racconto sul Plymouth Argyle. Solo che l’aneddoto in rapporto al giuramento ribalta completamente la logica temporale aprendo tra loro un varco distante un oceano e cinque secoli di storia. Ma se dobbiamo partire facciamolo con l’aneddoto. Il 14 aprile 1984 è una bella giornata di sole su Birmingham. Non si poteva chiedere di meglio per una semifinale di FA Cup. Ai tornelli d’ingresso dell’Villa Park si presenta zoppicando Micheal Foot, settanta primavere, rosetta verde appuntata al montgomery e l’inseparabile bastone. C’è un problema però. Lui può entrare ma il bastone no. Lo steward è irremovibile: “Non m’interessa chi è lei signore, non può portare il suo bastone sulle gradinate”. Fortunatamente l’arrivo di un altro inserviente risolve la penosa situazione. “Prego, venga con me, vedo se posso farla entrare in una zona diversa”. D’altro canto sarebbe stata una vera e propria disdetta non poter assistere alla partita più importante della storia dei “Pilgrims”, quella che avrebbe deciso chi, fra Plymouth e Watford sarebbe andato a Wembley a giocarsi la finale di coppa d’Inghilterra.

Plymouth: la bella città portuale del Devon, terra di marinai, pirati, e audaci ricercatori era letteralmente impazzita. La sua squadra di terza divisione allenata dal gagliardo John Hore aveva raggiunto un traguardo impensabile.

In nome di Dio. Eccolo il giuramento: “Noi qui sottoscritti, leali sudditi del nostro riverito Sovrano Giacomo, per grazia divina Re di Gran Bretagna e Irlanda, avendo intrapreso un viaggio per fondare la prima colonia della Virginia del Nord, stringiamo un patto solenne di costituire una civile società che miri al miglior ordinamento e la migliore conservazione della nostra comunità, e per il perseguimento di fini che siano giusti ed eguali per tutti.”

E’ l’11 novembre 1620. Nella baia di Cape Cod, aveva appena gettato l’ancora un piccolo galeone a tre alberi battente bandiera inglese, e dal nome beneagurante: Mayflower. Fiore di maggio. La nave era partita due mesi prima dal porto di Plymouth guidata dal capitano Christopher Jones, John Alden organizzatore del viaggio e William Bradford, futuro primo governatore della nuova colonia. A bordo un totale di 102 passeggeri, in larga maggioranza “padri pellegrini”, ovvero, più concretamente riformisti puritani separatisti dalla chiesa anglicana, formatisi a Nottingham nel 1606 e subito accusati di tradimento. I “Pilgrims”.

Ed è per questa vicenda che il nomignolo sarà associato ai giocatori del Plymouth Argyle. Ma adesso la macchina del tempo è nuovamente ripartita perché al Villa Park si è già incominciato a giocare. I tifosi arrivati da Plymouth che avevano intasato e colorato di biancoverde l’autostrada per Birmingham erano quasi in ventimila. Negli occhi ancora quel flash. La fotografia del 14 marzo nel replay del sesto turno a Derby, quando i “Pilgrims” espugnarono il Baseball Ground per 1-0 conquistando l’inaspettata semifinale. Che serata. La notte fredda del Derbyshire, i riflettori accesi velati dalla foschia, il campo pesante, gli altri, con la maglia bianca col caprone sul petto che spingono minacciosi a folate sempre più intense verso la porta difesa con piglio da Geoff Crudigngton. Eppure il Plymouth non ci sta a fare la vittima designata, già nella prima gara aveva dimostrato che poteva giocare alla pari con il Derby County. In fondo nel turno precedente erano stati capaci di battere un’altra grande in trasferta, avevano sconfitto al The Hawthorns il WBA per gentile concessione di Tommy Tynan. E allora, verso la fine del primo tempo ecco lo scatto. Un goal bellissimo e rocambolesco, arrivato direttamente dalla bandierina del calcio d’angolo. Una parabola infinita, un colpo da biliardo di Andy Rogers con palla in buca d’angolo proprio sotto lo spicchio di stadio occupato dalla gente arrivata dal Devon. Una rete clamorosa che deciderà l’incontro e inserirà la pallina con il numero del Plymouth Argyle nella sacca color porpora della FA per l’abbinamento delle quattro semifinaliste.

Erano passati esattamente 98 anni dalla fondazione del club. Una scommessa fra due amici, e la solita irresistibile nuova moda di fine ottocento di giocare a calcio. Bedford Street e il suo “Borough Arms” il luogo della scintilla. Loro sono Howard Grose e William Pethybridge ex alunni di una scuola pubblica che decidono di regalare a Plymouth il suo sodalizio pedatorio. Il 16 ottobre 1886 entrambi scenderanno in campo nella prima partita che la squadra pare disputò contro una compagine della vicina Cornovaglia, il Caxton, che per la cronaca s’imporrà per due reti a zero. Si rifaranno qualche giorno dopo con il Dunheved College di Launceston, dove fra l’altro molti elementi del neonato Argyle Football Club erano stati educati e vi avevano studiato. Le speculazioni che circondano l’origine del nome Argyle non sono del tutto chiare, ma in fondo è giusto così, questa è terra di confine, un limbo, dove si mischiano tradizioni britanniche e leggende celtiche, una separazione meno oggettiva di quella che materialmente rappresenta il Tamar Bridge che divide Devon e Cornovaglia. Una delle spiegazioni plausibili sembra mutuare l’appellativo da un reggimento militare chiamato Sutherland Highlander’s che all’epoca gestiva una propria importante squadra di calcio. Un’altra ipotesi è invece dettata dal fatto che nei pressi del “Borough Arms” si trovasse anche un osteria denominata “Argyle Tavern” dove spesso i soci fondatori erano soliti rifocillarsi. Ci sarebbe anche un’ultima teoria che riconduce alla Regina Vittoria e ai suoi interessi scozzesi nella storica città di Inverary, sede del Duca di Argyll. In ogni caso la squadra assume il suo nome definitivo nel 1903 quando si affaccia per la prima volta al professionismo sotto la direzione di Bob Jack.

Certo che pur essendo un piccolo club ce ne sarebbero di storie da raccontare. Un viaggio prima di tutto. Una tournee estiva che nel 1924 portò i pilgrims ancora aldilà dell’oceano, come quella volta del 1620. Ma in questo caso la nave fa rotta verso l’America del Sud, e senza essere accompagnati nel lungo tragitto dai sermoni infuocati della Bibbia riformata, bensì solamente dalle divise da gioco e da qualche pallone per fare due scambi d’allenamento sul ponte della nave, stando attenti, per carità, a non far cadere la preziosa sfera fra i marosi dell’Atlantico. Il Plymouth vinse la prima partita 4-0 contro l’Uruguay che sei anni dopo non scordiamoci, si sarebbe laureato campione del mondo nella sua casa di Montevideo. Poi i ragazzi del Devon fanno un’altra impresa andando a battere l’Argentina per 1-0, e sempre a Buenos Aires il 9 luglio 1924 pareggiano una partita incredibile con il Boca Juniors. A catturare l’attenzione di tutti, lo stile di un certo Mosè Russell, il capitano dell’Argyle, dalla spiccata personalità, e dal calcio preciso e potente. Succede che nel momento in cui i padroni di casa vanno in vantaggio, il pubblico invade il campo e porta assurdamente in trionfo intorno al rettangolo di gioco i propri calciatori. Quando una mezzora dopo si ristabilisce una parvenza di calma, l’arbitro assegna un rigore ai verdi di Plymouth. A questo punto sembra che, visto il contorno non idilliaco, Patsy Corcoran l’incaricato di battere il penalty si sia preventivamente accordato con i suoi per sbagliare appositamente il tiro e non rischiare eventi sgraditi. Tuttavia l’audace Russell non è disposto a perdere in maniera così vigliacca. Diventa l’angolo morto. Chi guida sa cos’è. Si tratta di quella piccola porzione di vista sottratta allo sguardo indagatore dello specchietto laterale. Un paio di secondi, o poco meno, durante i quali un oggetto qualsiasi in movimento al nostro fianco non viene assolutamente percepito: in quegli attimi l’oggetto non esiste. Eppure c’è e sta camminando con noi. L’oggetto è Russell. Un attimo prima che il suo compagno calciasse il pallone, precede Corcoran segnando fra la sorpresa e il timore di tutti. Apriti cielo. Nuova invasione, nessun giocatore aggredito, ma tanta paura e partita sospesa. I momenti memorabili non sono finiti qui. Marzo 1973. A Home Park, casa del Plymouth Argyle dal 1901 è di scena niente meno che il gigante brasiliano del Santos. Tra loro, un certo Edson Arantes Do Nascimento, in arte Pelè, il più forte giocatore del mondo, la pantera nera di Tres Coracoes. Ad ammirarlo 37639 persone, che applaudiranno in verità il successo dei Pilgrims grazie alle reti di Mike Dowling, Derek Richard e Jimmy Hinch. Il risultato finale fu di 3-2, Pelè mise a segno un rigore, ma non bastò ai bianconeri di San Paolo per evitare la sconfitta. Il fischio conclusivo fu il segnale della festa. Quel 1973 non sarà ricordato solo per la vittoria sul Santos; nella squadra allenata da Tony Waiters esordisce Paul Mariner, attaccante con la faccia da cantante pop che in area di rigore se la suona e se la canta. Se ne andrà nel 1976 a fare le fortune dell’Ipswich Town di Bobby Robson, lasciando a Home Park uno spartito con 56 note musicali. I suoi goal. Lì segnerà con la maglia dal semplice monogramma PAFC che aveva sostituito l’emblema della Mayflower, reintrodotto solo qualche tempo dopo. Non gli unici simboli che hanno rappresentato l’evoluzione dei crest societari dei Pilgrims. Anni prima era apparso anche uno scudo sferico, dove il simbolo della contea era attraversato da una croce di sant’Andrea, cui è dedicata la chiesa madre di Plymouth.

Ora é tempo di tornare a quel giorno d’aprile del 1984. Sul soleggiato Villa Park, il Plymouth Argyle entra in campo con una tradizionale maglia verde su pantaloncini neri, una tonalità piuttosto insolita in Inghilterra ma che questo club dalle venature insulari, ha fieramente e fortemente voluto, lasciandosi prendere la mano solo negli anni sessanta quando si scelse un kit di tendenza innovativa con il bianco preminente. In un’atmosfera che solo la magia della FA Cup sa regalare i Pilgrims, scendono sul terreno di gioco snocciolando la loro preghiera: Crudingngton, Nisbet, Uzzell, Harrison, Smith, Cooper, Rogers, Phillips, Hodges, Tynan, Stainforth. Di fronte, l’undici in giallo di Peter Taylor, e dell’eccentrico proprietario Elton John. L’Watford della grande cavalcata dalla quarta divisione ai vertici della massima serie, e che in quel momento toccava l’apice di una celebrità che fece epoca. Diciamolo subito. Il Plymouth avrebbe meritato di più. Invece fu colpito a freddo dopo appena un quarto d’ora dal colpo di testa dello scozzese George Reilly che sulla pennellata dal fondo di John Barnes segnò il goal più importante della sua carriera, sotto la gremitissima Holte End. Direbbe un vecchio adagio, “mancò la fortuna non il valore”. Mancò soprattutto quella rete che sembrava fatta, ma che il fulvo centrocampista Kevin Hodges “riuscì” a sbagliare a pochi passi dalla porta mancando l’impatto con il pallone davanti alla faccia smarrita di Steve Sherwood. Ma alla fine cosa si vuole imputare a uno che ha regalato ai verdi del Devon quasi tutta la sua carriera diventando il giocatore con più presenze con la maglia dei Pilgrims. Ciccò il pallone come si dice in gergo. A Plymouth sembra si rattristò anche la statua di Francis Drake. Lui, il prediletto della regina Elisabetta che sprezzante giocava a bocce sul porto mentre all’orizzonte incominciavano a disegnarsi le sagome minacciose dell’invincibile armata spagnola. Lui forse avrebbe segnato quel goal che avrebbe rimesso in parità l’incontro e poi sarebbe corso in panchina da John Hore a bere un sorso di rum. O magari no. Perché forse la favola dei Pilgrims doveva chiudersi lì. Amen.

 

Simone Galeotti