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<< Indietro - Home - Calcio che passione - 22 Maggio 2016 alle 09:46

Wir sind, Sankt Gallen

l continente vide l’alba della creazione osservando curioso le sponde delicate del lago di Costanza. La campanella d’ottone del Collegio Wiget di Rorschach suonò l’ora di educazione fisica e la genesi si sprigionò chiara nello sciamare degli studenti sul grande prato circondato da tigli e platani, nel loro improvviso e inconsueto disporsi come pedine di un’empirica scacchiera sul terreno, finché i rimbalzi profondi, cardiaci, irregolari di una palla di cuoio, riportarono un’ancestrale, fanciullesca, prevedibile dispersione degli schieramenti. Ma le parole e i gesti del nuovo gioco, le grida d’entusiasmo, echeggiarono nell’aria tersa di primavera disperdendosi fra i pizzi della vecchia Abbazia e nelle fenditure dei muri dell’ancora più antico eremo eretto da un santo irlandese seguace di Colombano: San Gallo.

E allora il primigenio zibaldone si versò rapidamente nell’ angusto calice delle regole e spuntò il primo timbro d’ufficialità emesso fuori dai confini del Regno Unito, il sigillo che racchiuse l’entità del concetto football club. Accadde qui, nei legnosi uffici comunali della città dedicata al Santo il 19 aprile 1879, in questo cantone elvetico che premurosamente parla tedesco e sbandiera nell’emblema l’orso rampante a cui il beato donò un tozzo di pane.

Ebbene se vi ha affascinato l’Olanda di Cruijff, se siete rimasti colpiti dalla bellezza del suo calcio sontuoso, dalla sua indole eclettica, dal suo vento di novità che spezzò un epoca per aprire un varco sul futuro, ecco che però San Gallo in qualche modo c’entra. Più che altro c’entra un inglese, sempre loro, ci sono sempre gli inglesi nei primordi del calcio, inutile sottrarre dalle carte i pionieri, impossibile occultare i saggi d’Albione.

Un giorno a San Gallo arrivò un signore molto elegante con in testa una bellissima bombetta nera. In principio nessuno sapeva da dove venisse, né quale fosse il suo nome e neppure perché si fosse sistemato in città. Quel signore non si toglieva mai il cappello e tutti iniziarono a sospettare sulla sua identità. Era il 1912, già soffiavano pungenti venti di guerra, fatti di spie, di alleanze e di tradimenti. Gli svizzeri neutrali da tempo immemore volevano starne lecitamente fuori. Ma quando tutto fu chiarito davanti a un boccale di schiumosa Schützengarten si seppe che l’uomo si chiamava Jack Reynolds, un inglese nato a Manchester fra scrosci di pioggia e lo sferragliare di carrelli zeppi di carbone.

Seppure sofisticato nel vestire aveva la faccia paonazza e rubiconda dell’uomo di campagna e gli piaceva il calcio. Si, perché Reynolds aveva fatto il calciatore ed anche a buoni livelli; per l’esattezza nel ruolo di esterno destro del Manchester City, anche se nel 1903 si trasferirà a Burton, dove spillavano la lager più buona d’Inghilterra e giocavano in seconda divisone. Da lì eccolo a Grimsby, poi a Sheffield sponda Owls, Watford, e infine chiuderà la sua peregrinazione pedatoria in quel di Gillingham che allora si chiamava New Brompton. Dichiarò apertamente delle idee, delle idee nuove, idee mai utilizzate prima per gestire una squadra di calcio. I dirigenti del San Gallo gli affidarono la squadra e lui incominciò a predisporre forme eccentriche, mutevoli, variabili, i risultati lo confortavano e il futuro gli faceva l’occhiolino. Con calma limò gli errori, le pecche, allontanando le critiche e le sirene incantatrici del dubbio. Reynolds cercava nel calcio qualcosa di simile a un concerto; tutti insieme all’attacco e tutti uniti in difesa, insomma uno per tutti, tutti per uno, mutuando il motto dei moschettieri di Dumas. Correre da una parte all’altra del campo come se al posto dei piedi ci fossero le ali. Quando nel 1915 dal San Gallo si trasferì all’Ajax in Olanda ci resterà oltre trent’anni e si porterà dietro la formula magica. Jack Reynolds ha inventato il calcio totale, Rinus Michels non ha apportato alcuna vera rivoluzione, ha solo perfezionato lo stile con una squadra- non squadra, che è andata oltre il tempo e le distanze.

Allo stadio Espenmoos locato nella zona orientale della città, autentico fortino dal ruggito breve ma intenso oggi sostituito dalla nuova Afg Arena, hanno visto per due stagioni Ivan Zamorano impallinare ripetutamente i portieri avversari (nel 1990 vinse la classifica cannonieri con 23 reti), e nel 2001 senza più il cileno ormai emigrato verso lidi più noti, si sono presi la soddisfazione di eliminare il Chelsea dalla Coppa Uefa o Europa League che dir si voglia. La qualificazione degli “Espen” era giudicata da tutti i maggiori bookmakers britannici intorno a una quota da capogiro assestata sui 500 contro 1. Tuttavia nella risicata vittoria per 1-0 conquistata dai londinesi di Ruud Gullit e Gianluca Vialli a Stamford Bridge, a guardar bene, si annidava l’embrione della sorpresa che due settimane dopo si manifestò sul campo mandando in frantumi le certezze dei blues e degli scommettitori. Il San Gallo fresco campione svizzero, appena eliminato nel terzo turno preliminare di Champions dai turchi del Galatasaray, e allenato da Marcel Koller zurighese dal piglio serioso con alle spalle una vita nel Grasshoppers, ribaltò il pronostico innescando una partenza sprint dettata dalla doppietta griffata Sascha Müller-Charles Amoah, e al Chelsea targato Claudio Ranieri non restò che inseguire ombre per il resto della gara.

Simone Galeotti