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<< Indietro - Home - Il regista - 06 Luglio 2017 alle 21:55

Alle volte le cose e' bene spaccarle con l'accetta

Alle volte le cose è bene spaccarle con l’accetta, senza tanti giri di parole, andarci giù pesanti e colpire esattamente nel punto di rottura del sedicente ceppo che si dividera' in due parti con un rumore sordo perché la verità non ha bisogno di arringhe ma si avvalora nel silenzio dell’ovvietà a differenza della bugia, alla quale, per sua congenita natura, serve strepito e furia per garantirsi una parvenza di credibilità a orologeria determinata. I Rangers sono già fuori dall’Europa travolti non tanto dalla combriccola di impiegati di banca lussemburghesi prestati al calcio, nemmeno a causa della leggerezza etico-tecnica del nuovo manager Pedro Caixinha, i Rangers sono stati sconfitti dai tempi. Tempi mai così funesti per il movimento scozzese ormai rinchiuso dentro un recinto di mediocrità dal quale sembra per il momento impossibile uscire per farsi una pinta in allegria dettata da un risultato sportivo colto in esterna. E’ stata una figuraccia storica per il club di Ibrox, e, come ai tempi burrascosi di Maurice Johnston sarei persino entusiasta di vedere qualche tifoso dei gers prendere d’infilata le strade del quartiere di Govan per andare a bruciare qualche sciarpa e qualche abbonamento sui cancelli blu di Edmiston Drive. Anzi, tutto sommato vorrebbe dire che forse qualcuno è ancora vivo e non si limita a lamentarsi senza costrutto sui moderni social. Ma al di là del loro mal di pancia per l’eliminazione-umiliazione che si trascinerà finché le acque del Clyde laveranno lentamente la ferita, sarebbe bene dirla tutta su Rangers e Celtic. Alzi la mano chi pensa che siano davvero due squadre scozzesi (al di là della logistica e dell’anagrafe) e che i loro tifosi più duri e puri seguano con innata passione le vicende della nazionale di Hampden. Quante bandiere di Sant’Andrea vedete sventolare nei loro stadi? quanti banners con il leone rosso di Robert The Bruce? Diciamola giusta allora: per il Celtic c’è solo un sentimento d’appartenenza forte, ossia quello radicato nella migrazione irlandese della seconda parte del XIX secolo a seguito della carestia e che una volta instauratesi a Gallowgate si è palesato in ogni pub, in ogni singola casa dalle cui finestre spuntano tricolori e trifogli, in ogni muro dove si sentenzia sulla solita questione politica ancora irrisolta dall'altra parte del canale; dove si beve Guinness, si festeggia San Patrizio (scozzese di nascita, tuttavia irlandese d’adozione evangelica) e ai mondiali o agli europei si tifa per i verdi di Dublino, acclarate le difficoltà della Scozia di qualificarsi per la fase finale di un torneo. La contrapposizione è evidente quando nel "blue sea of Ibrox" appaiono migliaia di Union Jack, il royal blue (da non confondersi con il dark blue) la fa da padrone, le bandiere lealiste impongono la mano sotto la corona e negli spogliatoi i giocatori prima di entrare in campo devono, o dovrebbero, toccare il quadretto della Regina Elisabetta posto sopra la porta d’uscita. Inoltre la firm più turbolenta dei Rangers ha sempre preferito seguire i tre leoni anziché la Scozia alla faccia del motto "we are the people". E comunque anche i tra i più moderati clienti del rinomato covo di Teddy Bears della Louden Tavern di Glasgow, nonostante si spilli Tennent’s in quantità industriale, il sentimento patriottico resta freddino. A Edimburgo forse non occorre il cappotto ma un bel maglione di lana non fa affatto scomodo. I sostenitori degli Hearts se devono scegliere una nazionale scelgono casomai quella del Rugby e a est, verso il porto e Easter Road, figuriamoci se pensano di cantare il Flower of Scotland quando hanno un Sunshine of Leith da pelle d’oca, sono i fratelli maggiori del Celtic (seppur disincantati e con una differente sala degli allori) e alle elezioni hanno preteso da lustri di votare separatamente dal distretto locale nonostante dentro la città ci siano a pieno titolo. La conseguenza impatta a pieno su una sana gestione del calcio scozzese divenuto quasi ingovernabile proprio a causa di queste unita' indipendenti che alla stregua dei vecchi clan in kilt non si sono mai accordate su eventuali modalita' di recupero, prima fra tutte la riforma dei campionati. Insomma, vita mica facile per la Tartan Army senza la maggior parte di corpi pulsanti dei due centri più importanti del paese. Bisogna far ricorso alle roccaforti: Dundee, Stirling, Aberdeen, Inverness, Greenock, Perth, Ayr.. Già Ayr, la città natale di Robert Burns il bardo, il poeta più illustre, che capì subito di essere nato in un paese bellissimo ma sgangheratamente diviso.

Bene, allora Johnny alzati e corri
le cornamuse scozzesi si avvicinano
è meglio dormire in una pelle sana
che essere bucherellato al mattino

Simone Galeotti