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<< Indietro - Home - Calcio che passione - 23 Luglio 2017 alle 09:00

Ogni bambino vuole diventare un giocatore dell'Athletic

“Qui ogni bambino vuole diventare un giocatore dell’Athletic”

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Non compro mai quotidiani sportivi in estate per evitare il lupanare, ululante e sudaticcio, del solito calciomercato globale da ombrellone. Meglio, molto meglio la filiera corta, la spesa a chilometro zero, la valorizzazione del proprio prodotto (alla stregua di ciò che dicevano i nonni di una volta al ritmo del sereno e consueto: “almeno si sa, quello che si mangia”. Insomma, meglio la filosofia dell’Athletic Bilbao. Il coraggio dell’Athletic Bilbao. In fondo il culto di questo club si basa sull’iconografia del suo santo di riferimento: Mamete da Cesarea, il fanciullo circondato dai leoni. Le sue fiere erano mansuete, fedeli. Ma ci sono anche belve non devote al martire, la maggioranza, e provano a mordere da ogni lato i lembi della ritrovata Ikurriña, la bandiera uscita dalla clandestinità il 5 dicembre 1976 durante il "derbi Vasco" con la Real Sociedad. Provateci voi ad allestire una squadra competitiva nella Liga e in Europa avendo a disposizione uno scarno pezzetto di terra affacciato a mezzaluna sul Golfo di Biscaglia. Eppure l’Athletic è sempre lì, lo è sempre stato, nonostante turbolenze antiche e crisi moderne, saldo, sempre in mezzo ai grandi di Spagna seppure di spagnolo abbia solo la costrizione politica. L’ Athletic di Bilbao è un club tortuoso come le stradine ripide del Casco Viejo piene di taverne e piccoli musei; angusto come Calle Licenciado Poza, la via che conduce allo stadio dove si sorseggia spumante aspro e si mangiano Pintxos deliziosi; fiero come la consonante h che ne sottolinea la sua origine britannica; rosso come i capelli di Javier Clemente, “el rubio de Barkalado”, l’allenatore capace di vestire a festa per due anni consecutivi gli argini ansiosi del Nervion; bianco come le rose deposte dai novizi della cattedrale sotto al busto di Rafael Moreno Aranzadi detto Pichichi, il centravanti dei centravanti; democratico nella miglior formulazione di Thomas Hobbes, “privo di grandi elettori”, con i suoi 30000 soci rappresentanti delle più svariate classi sociali. E alla fine dell’alchimia, l’Athletic è soprattutto orgoglio, non potrebbe essere altrimenti dato l’assunto. L’ orgoglio del vivaio sprigionato dai giovani usciti dal centro tecnico di Lezama, autentico cuore pulsante del club, spesso gettati in prima squadra a denti stretti, anima e caviglie, dediti alla causa, talvolta ancora grezzi, imperfetti, sul genere delle sculture di Eduardo Chillida, l’artista basco che lascia al vento e alla pioggia di Euskadi la libertà di modellare definitivamente la sue opere secondo dettami di stile non scritti. L’ Athletic è aria pura, l’Athletic è briglia in un mondo senza più freni, l’Athletic è un confine che non significa muro ma senso del limite.
Simone Galeotti

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