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<< Indietro - Home - Calcio d'angolo - 15 Aprile 2018 alle 18:45

Ci sara' un orologio ad Anfield che segnera' per sempre le 15:06 del 15 aprile 1989.

Prima di parlare dell'inizio è giusto partire dalla fine. Dal momento in cui 96 tifosi hanno lasciato questa terra avvolti dai quei colori che tante volte avevano sventolato per loro scrivendo idealmente nel vento l'orgoglio del popolo che rappresentavano. Il "Livebird”, la fenice della Mersey, (uccello mitologico metà cormorano e metà aquila), sembrò chiudere le sue ali e posarle leggere sulle bare di tutte quelle vittime innocenti, come a fermare in un caldo abbraccio la passione di una vita.

Ma il legame con la squadra non si spezza neppure nel culto della sepoltura. Chi resta, fissa simboli e momenti, aderendo al tributo per gli sfortunati che non ci sono più, riepilogando l'appartenenza al cuore di un club davanti alla tenue luce di una candela.

I cancelli d'ingresso della maledetta Leppings Lane, completamente ricoperti da sciarpe, gagliardetti, magliette, e soprattutto mazzi di fiori uniti alle lettere di messaggi d'addio, anzi no, di arrivederci. Edera rossa sulle rovine del calcio; santuario improvvisato di un pellegrinaggio popolare, autenticamente popolare, fatto di dolore, lacrime e rimpianti.

15 aprile 1989. Sheffield. La città dell'acciaio, costruita su sette colline nei pressi del fiume Sheaf che a Sheffield ha regalato il nome. Una giornata insolitamente soleggiata nel South Yorkshire considerato che in aprile la pioggia non fa mistero di essere particolarmente generosa in questa terra. Nel sobborgo di Owlerton, pochi km a nord ovest dal centro cittadino c'è la casa dello Sheffield Wednesday.

Hillsbourogh.

C'è da giocare la semifinale di F.A. Cup, che a causa dell'isolamento continentale dovuto ai fatti dell'Heysel, ha assunto un importanza e un valore ancora più catartico.

Come da tradizione la partita deve svolgersi in campo neutro, e a giocarsi l'accesso ai fasti di Wembley arrivano due club che se non sono formalmente acerrimi rivali sicuramente non nutrono l'un per l'altro grandi simpatie.

Liverpool vs Nottingham Forest.

Per il Liverpool in quegli anni è diventata una piacevole abitudine arrivare alle fasi finali della manifestazione e spesso anche di aggiudicarsi il trofeo.

I tricky trees del City Ground invece non salgono i 39 gradini del royal box per ricevere la “coppa” dal 1959. Trenta anni esatti.

Ho accennato all' Heysel. Finale della Coppa dei Campioni 1985 a Bruxelles, di fronte Liverpool e Juventus. Trentanove morti. Altra tragedia in proporzioni umane. Una mazzata in provvedimenti disciplinari.

Il movimento calcistico inglese è escluso dalle competizioni europee per cinque anni.

Le ripercussioni interne sono altrettanto pesanti. In quello stesso anno la Lady di Ferro, al secolo Margareth Thatcher, approva lo “Sporting Event Act” dove si ratifica l'abolizione della vendita di alcolici negli stadi e nei parcheggi limitrofi. Nel 1986 arriva un altra ingiunzione. Si tratta del “Public order act”, ovvero, guai a comportarsi in maniera non consona anche se non violenta. Ai tribunali viene conferita ampia autonomia in merito.

Non sarà sufficiente.

Non perché si tratti di prescrizioni errate, ma perché se per prime vengono a mancare le capacità organizzative tutto il resto sono solo inutili dettagli.

Quel 15 aprile incomincia male sin dalle prime ore del mattino. Lavori in corso sulla M62 ostruiscono e ritardano l'afflusso del pubblico, segnatamente quello proveniente da Liverpool. Ma la contingenza viaria del traffico che scorre a rilento non è niente di fronte alla leggerezza con cui viene deciso di distribuire i settori dello stadio alle due tifoserie. Qualche anno addietro, sempre a Hillsborough, e sempre per una semifinale di coppa d'Inghilterra avvennero incidenti in occasione di Tottenham -Wolverhampton, fortunatamente non gravi nel bilancio, ma che comunque obbligarono il club tenutario dell'impianto ad intervenire sulla struttura.

Eppure tutto sembrava dimenticato. Tutto pareva rimosso dalla memoria.

E “Cassandra” aveva già lanciato la sua profezia. Derisa. Inascoltata.

La capiente “Spion Kop End” viene assegnata alla “Travelling Kop” del Nottingham Forest, squadra che notoriamente ha un seguito di pubblico meno numeroso del Liverpool, mentre al club di Anfield spetta la dirimpettaia “Leppings Lane”.

Piccola e angusta.

Basti pensare poi che in totale gli ingressi riservati ai tifosi dei reds saranno solo sei, contro i sedici dei supporters del Forest.

A poco più di mezz'ora dall'inizio del match la situazione tuttavia appare relativamente tranquilla.

Ci sono famiglie intere con bambini molti dei quali alla loro prima trasferta. Si parla di come farà giocare la squadra Dalglish, di come si comperterà il “redento” Ian Rush reduce dalla poco fortunata esperienza italiana.

Qualcuno discute se ci sarà intesa fra Ronnie Whelan e John Barnes. Altri scommettono che il goal decisivo lo segnerà Aldrige.

Tutti sognano di andare a Wembley.

I problemi iniziano a manifestarsi quando termina l'intasamento stradale e la M62 riversa sullo stadio tutti i sostenitori del Liverpool e improvvisamente ci si rende conto della marea umana stazionante all'esterno della stand. Iniziò a salire la tensione. All'interno dello stadio nel frattempo si incominciano a scandire i cori, a cantare “You'll never walk alone”.

Fuori saliva l'impazienza, c'e chi inizia a spingere, chi a lamentarsi della calca eccessiva.

Una pressione enorme.

La polizia andò letteralmente in corto circuito non aspettandosi di dover gestire una situazione così complicata.

E qui scattò la decisione fatale.

Per smaltire la congestione le forze dell'ordine decidono di aprire un grosso cancello d'acciaio posto nei pressi di un tunnel che conduce all'interno della curva.

Il “Gate C”.

La porta dell'inferno.

In genere, in questi casi, ufficiali di polizia a cavallo si sistemano all'ingresso con la funzione di avvisare ed evitare pericolosi sovraccarichi. Per motivi ancora ignoti ciò non successe quel pomeriggio.

Si entra.

Il gate scarica una quantità di gente di gran lunga superiore alla capienza e in breve non avendo nessuna via di fuga gli spettatori a ridosso del terreno di gioco vengono spinti verso le recinzioni.

Le famigerate “Fences”.

Ci siamo.

Calpestati, spinti, soffocati. Un olocausto di ferro e corpi.

Di morte.

E altra morte colpisce gli sventurati rimasti schiacciati nel tunnel. Il tutto mentre l'incontro è già cominciato da sei minuti.

Lunghi, interminabili, paradossali.

Perché nessuno si era accorto delle dimensioni di quello che stava accadendo a pochi passi dal rettangolo verde, se non purtroppo i diretti interessati. Poi un funzionario di polizia capisce che c'è qualcosa che non va e richiama l'attenzione dell'arbitro. Per la cronoca il signor Ray Lewis.

E arriva un fischio anomalo. Tanto insolito da sembrare triste, uno stridulo complemento sonoro in mezzo a urla e invocazioni.

La partita viene interrotta.

E la polizia commette uno sbaglio.

Un' altro.

Non si rende immediatamente conto di ciò che succede, anzi tenta goffamente di respingere coloro che reputa invasori e non sopravvissuti. Intanto i più fortunati troveranno scampo sulla West Stand tratti in salvo da mani misericordiose. Chi perde l'equilibrio o cede alla paura è perduto. Quando si capisce la portata del fatto, la tragedia si è già consumata. I morti in totale a fine giornata saranno 93 e oltre 200 i feriti.

In mezzo a scene di panico c'è anche chi con abnegazione e grande coraggio cerca di aiutare e rincuorare i contusi. I cartelloni pubblicitari vengano usati come barelle di fortuna, mentre le sirene delle ambulanze urlano nel limpido sabato di Sheffield.

Fra le vittime John Paul Gilhooley 10 anni, cugino del futuro capitano Steven Gerrard.

E' crudele il destino.

Perdono la vita Sarah e Victoria Hicks, due sorelle di Pinner, sobborgo londinese, entrambe fanatiche del Liverpool. Per Sarah 19 anni il tagliando della semifinale era il regalo di compleanno. Victoria invece spirerà fra le braccia del padre che inutilmente cercherà di rianimarla.

Tony Bland 22 anni rimarrà in stato di coma vegetativo fino al 1993. Fino a quando i genitori Allan e Barbara non decideranno di farlo morire con “dignità” interrompendo la terapia.

“Non è cosciente, non soffrirà”, -dissero i medici.

I familiari delle vittime si costituiranno parte civile.

Ci sarà un processo che avrebbe dovuto essere esemplare ma che in sostanza non ha mai fatto piena luce sull'attribuzione delle colpe.

Ci sarà un giornale, il “Sun”, che getterà sporcizia spacciandola per verità.

Ci sarà un orologio ad Anfield che segnerà per sempre le 15:06 del 15 aprile 1989.

Simone Galeotti