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<< Indietro - Home - Tribuna Tevere il Sodalizio - 22 Maggio 2020 alle 21:24

IL NOSTRO SIMBOLO

Parlate delle uscite di Totti e Zaniolo ? Ma per carità. Parliamo di cose serie. Basterebbe dire come si usa spesso, “La Lazio e i laziali sono quelli che hanno portato il calcio” (insieme ad altre discipline) a Roma per semplificare il concetto, di SS Lazio e la città dell’Urbe ben rappresentata dal simbolo dell’aquila, che in tempi andati significa soprattutto tanta forza, gloria, sacrificio come quei  legionari che percorrevano ogni giorno chilometri, costruendo fortezze, opere pubbliche e non disdegnando mai la battaglia quando occorreva, per difendere i larghi confini di un bel pezzo di mondo fino allora conosciuto.  Forse anche per questo il gladiatore, con origini legate soprattutto al principio schiavistico, di queste figure paragonabili un pò per certi versi agli odierni calciatori talvolta strapagati, pieni di attenzioni mondane e mediatiche e di donne pronte a strisciare ai loro piedi. Ora capite anche perché il giocatore più rappresentativo della storia “altrui”, lo abbia tatuato sul suo corpo per fare una simpatica precisazione senza parlare troppo degli altri. Non occorre. Per stile ed una certa naturale, indifferenza.

 

 

 

Ma per ripercorrere a livello di come il tifo organizzato biancoceleste abbia spesso e giustamente fatto per primo vanto, cultura e cura delle origini, basterebbe ricordare uno scudetto della città “Spqr” ben stampato per un periodo in mezzo ad un importante striscione quale Ultras 74. Qualcuno malignò se i laziali fossero l’Atac, l’azienda di trasporto pubblico della Capitale, ma poi fu copiato anche quello. Tanto per cambiare. Ed ancora oggi quel simbolo è accanto agli striscioni di rioni (talvolta con pezze e bandiere precisi di alcuni dei ventidue simboli,  che ogni romano dovrebbe conoscere a memoria come i sette re o i sette Colli) e dei tanti quartieri della tribuna Tevere che si trovano all’ interno del Raccordo Anulare nei quindici municipi della Capitale. Così come a fine anni 70 il “ve mannamo in b” (vero tassinaro ?) preceduto da uno striscione tipo pezza “rioni popolari”  il “ ma che ce frega che ce ‘mporta” di  fine anni Ottanta in stretto dialetto dei primi Irr per capire il periodo. O il bellissimo “Civis Romanus Sum” (prima uno striscione, già oltre i consueti colori, in un originale giallo su nero, con caratteri fedelmente originali, poi una coreografia con tanto di vestiti legionari (che bello Fabrizio più in alto tra tutti) e anche in quel caso il latino fu ripreso anche facendo alcuni errori di scrittura “dall’altra parte” nella sponda giallorossa”- già recidivi quindi, ma poco importa.

civis romanus sum | "I am a Roman citizen." A proud graffito… | Flickr

civis romanus sum |

 

Da non dimenticare anche l’“Ave Lazio populus tuus te acclamat !” “Hic manebimus optime” o “ Se il Papa me donasse tutta Roma, e me dicesse "Lassa annà chi t'ama, io je direi de no, sacra corona”  il sempre chiaro “c'avemo bona lingua mejo mano”. O il “Credi che chi c’ha l’oro sia ‘n signore. L’oro pe’ me nun conta, conta er core”. O le coreografie sotto la regia di Massimo “Disegnello” con colonne, labari, stemmi, aquile, e figure della Roma mitologica. Per non parlare di alcune con riferimenti e contenuti millenari ideate recentemente dal direttivo della curva con Marco in veste di ingegnere trasteverino…

 

 

 

“I primi a nascere gli ultimi a morire”, “noi stirpe nobile voi plebei” Lazio Patria Nostra” o alcune frasi ancora ben impresse del grande poeta Trilussa (e con l’occasione se vi capita leggetevi l’aquila) estese per tutta la larghezza di quella Curva Nord da poco rifatta per i lavori dei Mondiali del 1990 che in parte rovinarono la bellezza di parte dell’Olimpico e quindi anche del Foro M poi divenuto Italico.

 

 

 

L’ironia e d il sarcasmo del popolo romano e biancoceleste in quel “Ieri oggi domani ma ‘ndo stanno ‘ sti romani con cognomi e città ben precisi riferiti ai luoghi natali per esempio di Amadei, Rocca, Conti, Venditti, Giannini. Sensi ancora doveva diventare presidente…altrimenti ci sarebbe stato chissà un pensiero (ironico mai cattivo) pure per lui per le chiare origini dei vecchi esattori di Roma come alcuni rappresentanti della odierna regione delle Marche.

 

 

 

A chi ci scrisse “aripijateve le sabine” si rispose con “la storia der burino non regge, sete voi le pecore der gregge” in attesa che tra il 7 giugno, 22 luglio o 25 agosto del 1927 si capisca la data reale di nascita di quel minestrone che usurpò il nome dell’Urbe per motivi anche politici di quel particolare periodo storico.

 

 

 

E’ stato importante mettere nei tempi passati targhe ufficiali con la Toponomastica capitolina grazie all’ impegno dei soliti pochi che si schierano apertamente per la causa biancoceleste in una città dove sembrerebbe più facile essere e fare per la A S (sempre importante specificare, lo sappiamo bene) Roma calcio che ricordassero a tutti il concetto di essere nati in un rione come Prati, allora di Castello, quando il fiume della Città Eterna era ancora biondo. Bella davvero quella targa rispettata da tutti e che valse la pena di non poca fatica tra le pastoie burocratiche. Quella nobile scelta di non usurpare il nome di Roma peraltro già in uso a società ginniche, il concetto più ampio sempre da tener presente di “Latium Vetus”. I padri latini, Enea. Per poi continuare a parlare di Lazio come Ente Morale per Regio Decreto nel lontano 1921 (quindi altro centenario in vista, ancora una volta nostro) per aver trasformato il suo campo per sfamare la popolazione romana disperata nella Prima Guerra Mondiale, e per l’apporto di diversi suoi atleti morti per la causa italiana. Sangue, Onore. Non da tutti, non per tutti.

 

 

 

“Lazio grande Lazio, nata pe’ domina’, tu sei la mejo e nun ce vonno sta’. Semo n’impasto de forza e volontà co tanto core come nessuno c’ha. Fermate Monno sotto ar Cupolone rifatte l’occhi stamo a giocà a pallone.” Benedette quelle fotocopie artigianali in bianco e nero distribuite con tutto il testo del retro di una copertina di quell’inno di un vecchio 45 giri della seconda metà degli Settanta di Aldo Donati della “Schola Cantorum” (amico e collega della sora Lella, Enrico Montesano, Pino Insegno, Enrico Brignano, Nanni Loy, Carlo Pedersoli in arte Bud Spencer, tanto per citare nomi di bella gente laziale, quasi tutti romani di nascita o di adozione). Una volta ripreso dal popolo biancoceleste a cavallo della fine anni 80 inizi 90 fu poi intonato in ogni partita. In casa e fuori tra lo stupore dei tifosi dell’altra squadra stupefatti dalla particolarità di quel coro-inno, lungo, unico nel suo genere che avrà poi gloria con l’epoca Cragnotti. Così come altri. Dal “Vola Lazio vola” al “Non Mollare mai” e tanti recuperati a metà anni 80 su una musicassetta con vecchio scudetto (vero Luchino ?) per poi essere remixati vista la modernità, la tecnologia e le vittorie del 2000 in cofanetti cd sicuramente più commerciali e curati nella qualità del suono.

 

 

 

Ora, qualora ce ne fosse stato bisogno, basterebbe vedere i rispettivi alberi genealogici della SS Lazio 1900 e dell’AS Roma 1927: tre e più nomi, tre diverse storie, più colori, detto in maniera anche cruda il tutto ha qualcosa di “imbastardito” (senza offesa…), di un qualcosa di poco chiaro come le date di nascita e di forzato, perché voluto dall’alto, si capirà ancor di più perché l’aquila è Roma, e tutto il resto è fusione. “Perché la Lazio non proviene, ma è” come si è più volte sottolineato. Inutile quel tentativo grazie al generale Vaccaro di inglobare la Lazio e avere così già un campo a disposizione come era la mitica Rondinella per gli aquilotti. E si ricordi bene sempre a tutti che usando un termine goliardicamente forte su una scenografia che fece discutere quanto stupire a livello nazionale, si mise volutamente prima l’”AS” sotto al tabellone davanti poi al nome Roma con il resto. 

 

 

 

Anche e non solo per questo come cantò almeno per un periodo “sto popolo laziale sempre zompa” con le note di un’altra immortale canzone del mitico “il Marchese del Grillo” intonata per alcuni anni dalla stessa curva Nord. O “tanto pe cantà” di Ettore Petrolini ma resa celebre da Nino Manfredi e sempre i primi a fare “la società dei magnaccioni” per intera un po’ come il “Canto degli Italiani”, sdoganato dal sensibile pubblico del rugby come noi ad un certo patriottismo e dall’ex Presidente Ciampi con la diffusione del Tricolore e dell’inno nazionale finalmente nelle scuole, dove invece fino agli anni Settanta era qualcosa solo per pochi.Tanto pe' cantà di Ettore Petrolini su Amazon Music - Amazon.it Talvolta non so quanto casualmente i pochi coincidevano anche con noi. Neanche a farlo apposta.Tanto pe' cantà di Ettore Petrolini su Amazon Music - Amazon.it

 

 

 

Identità, tradizione, appartenenza, ironia, goliardia, originalità, particolarità. Nel nome dell’Urbe e del suo glorioso simbolo che vola alto mentre tutto il resto striscia, impresso in molti punti strategici della storia della Caput Mundi. Con i colori del cielo e di un’altra grande civiltà che influenzò non poco i Romani. Creando le Olimpiadi dello Sport. Vi pare poco? Anche e non solo per questo la Lazio è uno stile che sa sempre come andare oltre!

 

 

 

E quante ancora, me ne sarò dimenticate, ma i 120 anni di storia nei 2773 capite da soli che non sono poca cosa, che si compra così facilmente al supermercato o al negozio di souvenir! Come fu per i suoi versi anche Trilussa con maglia biancoceleste e cappello d’epoca ci guarda ! Siatene per questo sempre degni e forti. Abbiamo e avremo sempre l’ aquila davanti !